
“Totò, Peppino e chille ca spargene zizzania!”: lo show d’addio di De Laurentiis e Conte
Non ce ne vogliano Aurelio De Laurentiis e Antonio Conte, ma ieri, dopo un drammatico susseguirsi di eventi tra esclusioni e qualificazioni—ma anche, è bene ricordarlo, con i deprecabili incidenti di Torino che hanno costretto al ricovero un tifoso—la conferenza stampa di fine campionato ha regalato momenti “cinematografici” che hanno fatto la storia della Filmauro. Anzi, Totò e Peppino non avrebbero potuto fare di meglio.
La conferenza stampa (si fa per dire) inizia con una domanda di un giornalista diretta a Conte. Subito, però, non si può non notare il gesto di disappunto di ADL che, da vero “animale da palcoscenico”, coglie la palla al balzo e si appropria del microfono. Da lì parte un lungo e stucchevole monologo su Conte, gli arbitri, il governo e finanche il ministro Giorgetti, reo di avere la maglia del Southampton nel suo studio. Veramente da lasciare di stucco: cosa c’entrasse tutto questo con i saluti a Conte lo sa solo lui!
Ma la ciliegina è il cellulare del “Boss delle Cerimonie” che squilla incessantemente. Ovviamente, da bravo “campione di buone maniere” qual è, l’ha tenuto acceso ammorbando tutti con i continui squilli. Probabilmente era qualcuno che voleva offrire 2 miliardi per il club e aveva paura di perdere l’affare. Ovviamente si scherza ma l’argomento “acquisto” è uscito fuori nella “conferenza stampa”.
Ma fin qui nulla di nuovo, tutti sanno del “bon ton” del presidente. La vera sorpresa arriva quando il microfono passa finalmente a Conte.
I numeri del campo: la supremazia di Spalletti vs il titolo di Conte
Innanzitutto, premettiamo una cosa: uno scudetto, un secondo posto e una Supercoppa sono risultati che solo un grande allenatore può ottenere. Detto ciò, quando Conte prende la parola c’è da restare di sasso. In sintesi, il suo messaggio è: “Vado via perché l’ambiente mi ha criticato troppo”.
Lui dice che la colpa è il “non aver compattato l’ambiente”, che molti hanno sparso “veleni e zizzania”. Forse per “compattare” significa che avrebbe dovuto zittire tutti, mettergli il bavaglio o infilarli in un compattatore?
Ora delle due l’una: o è una scusa anche molto banale per salutare, o il buon Antonio vive su una nuvoletta, al di sopra di tutti e guai a criticarlo—una sorta di Olimpo degli eletti!
Gli auguro che sia solo una scusa, perché se fosse tutto “ego” lo renderebbe ridicolo agli occhi di tutti.
Per fare un’analisi accurata, che tanto piace a lui, partiamo dai numeri. Prima di procedere è bene soffermarsi su un dettaglio: all’inizio del “monologo” De Laurentiis dice che il campionato ha subito una involuzione e il calcio risulta essere più scadente rispetto al passato. Attenzione, perché questo è vero: infatti è l’unica cosa “degna di nota” che abbia detto.
Per rispondere meglio al buon Conte dobbiamo analizzare un po’ di cifre.
Spalletti vince il primo scudetto dell’era De Laurentiis con ben 90 punti, al di sotto di un punto del famoso campionato di Sarri (91 contro i 94 della Juve). I 91 punti restano ancora un record per il Napoli. Ma Luciano lascia la Lazio seconda a 16 punti di distacco, l’Inter a 18 e il Milan a ben 20 punti. Insomma, non solo bel gioco ma supremazia schiacciante.
Vicissitudini varie (Garcia, poi Calzona) vengono risolte con l’arrivo di Conte. Il salentino vince lo scudetto al primo round dopo un testa a testa con l’Inter: 84 punti contro 83, con l’Atalanta terza a soli 8 punti, ma a ben 6 punti di distanza dal Napoli di Spalletti. Tutti felici, ma in questo caso parlare di “supremazia schiacciante” come avvenuto con Spalletti è impossibile.
Dopo quanto visto non sai se è stata l’Inter a perdere il campionato o il Napoli a vincerlo, dato che Inzaghi combatteva su tre fronti mentre i partenopei erano stati subito buttati fuori dall’unica competizione extra: la Coppa Italia. Ma va bene così, il secondo scudetto è una gioia per i tifosi.
Il flop in Champions League e i veleni nello spogliatoio
Arriva anche una Supercoppa e la fiducia verso questa squadra aumenta sempre più, anche in considerazione dei tanti acquisti. Ma il clima cambia quando arriva la doccia fredda della Champions League: quella che sembrava potere essere la consacrazione a livello europeo del Napoli diventa una dura lezione. Conte dimostra che la “diceria” che lo vuole perdente nelle coppe ha qualche fondamento. Rimedia solo 2 vittorie, due pareggi e 4 sconfitte. Sono ben 15 i gol subiti, di cui 6 incassati da un modestissimo PSV, senza contare che non va oltre un pari con il Copenaghen in 10. Risultato: il Napoli viene buttato fuori ai gironi e il sogno degli ottavi, magari anche dei quarti, svanisce miseramente. Qualcuno, giustamente, inizia a storcere il naso.
Poi arriva la seconda esclusione anticipata dalla Coppa Italia, stavolta a favore del Como che in campionato gli era dietro. Fin qui la tifoseria è stata paziente, ma qualcuno ha iniziato a mugugnare.
Il tappo salta del tutto quando scoppia una mezza rivolta dei giocatori (subito rientrata) circa i metodi di allenamento di Conte: i calciatori lamentavano che due turni di allenamento al giorno erano massacranti. E qui qualche giornalista inizia a chiedersi il perché di tanti infortuni: forse erano colpa di questi allenamenti?
Da questo momento—cioè dall’uscita indegna dalla Champions, da quella sconcertante in Coppa Italia, uniti a qualche risultato che non convinceva e a uno spettacolo che stentava a farsi vedere—le critiche hanno iniziato a incalzare Conte. Nell’ordine: perché tutti questi infortuni? Perché Lang è stato mandato via? Perché Vergara è stato scoperto così tardi? Insomma, tutte domande legittime da bravo giornalista e da amante del calcio.
L’ego del Marchese del Grillo e il giallo dell’addio
Ma è proprio qui che esce fuori tutto l’ego smisurato del salentino. In pratica il messaggio è: “Ringraziate sempre e comunque, io sono un vincente, voi non siete niente”. Non siamo al “Marchese del Grillo” e alla sua famosa citazione, ma poco ci manca. Con il dovuto rispetto, dire che è “ridicolo” è poco. Questo atteggiamento ha creato una spaccatura tra i tifosi, divisi tra chi lo ammira ciecamente e chi vorrebbe vedere del bel gioco e non solo partite giocate per 45 minuti all’inseguimento del minimo sindacale, o vinte all’ultimo istante.
Ma ora la questione si è risolta e l’allenatore “vincente” potrà andare altrove a far vedere tutta la sua bravura. Napoli lo ringrazierà sempre, ma se avesse avuto meno spocchia si poteva tranquillamente continuare insieme. Ha scelto di far valere l’ego, ma forse sotto c’è qualcosa che non sappiamo, perché rinunciare a 8 milioni netti non è cosa da poco.
Ma, come diceva Lucio Battisti, ‘lo scopriremo solo vivendo’.
Mariano Amelio
Editor in Chief @ magicabet.it
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